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Il processo di confezionamento nell'industria dolciaria

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Il confezionamento degli alimenti è uno degli aspetti più complessi e delicati all’interno del processo produttivo dell’industria dolciaria. Quando parliamo di cibo, d’altronde, sono moltissime le variabili da tenere in considerazione, così come le esigenze specifiche di ogni prodotto, che deve essere conservato in modo da minimizzare il più possibile l’influenza di agenti esterni.

 

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A tutto ciò, naturalmente, vanno poi sommate le necessità tecniche, economiche e commerciali dell’azienda produttrice, che possono incidere in maniera significativa sull’esito dell’imballaggio finale.

 

Il risultato - ovvero il prodotto confezionato e pronto per essere venduto - è dunque frutto dell’interazione tra diversi criteri di scelta, che vanno dai requisiti dettati dal tipo di alimento (ad esempio protezione dalla luce, conservazione in frigorifero…) alla finalità dell’imballaggio dettata dalla filosofia aziendale (ad esempio un packaging di qualità per la commercializzazione).

 

 

Prima di addentrarci nell’analisi di queste variabili, è però importante chiarire una prima, fondamentale, distinzione.

 

Il livello di confezionamento

Nel provare a mettere ordine in questo mondo così vasto e variegato, cominciamo a definire le diverse tipologie di confezionamento sulla base del ruolo che esse ricoprono all’interno della catena produttiva.

 

  • Confezionamento primario

  • Si tratta di quel primo, essenziale, livello di imballaggio che riveste il prodotto e che entra a contatto diretto con esso. È concepito in modo da costituire l’unità di vendita destinata al consumatore. Il confezionamento primario, specialmente nell’industria dolciaria, riveste dunque un doppio ruolo: quello pratico, di contenimento e protezione dell’alimento, e quello commerciale, che lo rende facilmente identificabile e consumabile. L’esempio più conosciuto e diffuso di imballaggio primario è il flowpack (trasparente o verniciato) utilizzato per le merendine.

  • Confezionamento secondario

  • Viene spesso definito anche imballaggio multiplo, in quanto il suo compito principale è quello di raggruppare più unità di vendita frutto del confezionamento primario. Si tratta di un imballaggio che non è mai a contatto diretto con il prodotto e che dunque non ha compiti di protezione nei confronti del cibo. Riveste comunque un doppio ruolo: da un lato facilita lo spostamento della merce e il suo posizionamento sugli scaffali di vendita (valenza logistica), dall’altro rappresenta la prima immagine del prodotto con cui il cliente viene in contatto al momento dell’acquisto ed è quindi un fondamentale “biglietto da visita” (valenza commerciale). Un classico esempio, anche in questo caso, sono le scatole di merendine o cioccolatini.

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  • Confezionamento terziario

  • Si tratta dell’ultimo livello di imballaggio e ha uno scopo puramente logistico. È concepito in modo da facilitare manipolazione e spedizione di unità di vendita (frutto del solo confezionamento primario) o di imballaggi multipli (frutto del confezionamento secondario). Si tratta perlopiù di grosse scatole progettate per il trasporto sicuro delle merci il cui fine principale è quello di proteggere e preservare l’integrità del contenuto, evitando che i prodotti subiscano danni durante le fasi di spostamento.

 

Parametri di scelta

Una volta chiarite quali sono le tipologie di confezionamento attraverso cui passa un prodotto dolciario, possiamo approfondire le variabili in gioco nella scelta dell’imballaggio più adatto.

 

Le esigenze del prodotto

Ogni alimento ha le sue necessità specifiche dettate, innanzitutto, dagli ingredienti di cui è composto. Facciamo qualche esempio per mettere in evidenza alcune differenze:

  • le merendine tradizionali (come le brioches o quelle a base di pan di spagna) non hanno bisogno di attenzioni particolari e vengono solitamente sigillate in un flowpack con pellicola semplice;

  • le merendine da frigo (così come i gelati) necessitano invece di un flowpack formato da strati multipli, in cui quello interno è solitamente a base di alluminio, per poter reggere meglio i cicli del freddo;

  • il pane (pan brioche, pane a fette, panini al latte, pane per tramezzini…) richiede un confezionamento con gas tecnici, che sono in grado di aumentarne la durata sullo scaffale e i tempi di conservazione;

  • uscendo per un attimo dal settore dolciario, carne e formaggi richiedono imballaggi in atmosfera controllata e in alcuni casi anche confezionamenti sottovuoto.

Insomma quando si parla di alimenti i vincoli sono parecchi: i materiali di imballaggio devono essere approvati per il contatto con alimenti, il prodotto dev’essere adeguatamente protetto da microbi e umidità, in alcuni casi deve essere riparato dalla luce e così via. Tutto questo, chiaramente, va a incidere soprattutto sul confezionamento primario, che risulta pertanto la fase più soggetta a limitazioni: ogni scelta estetica o di carattere logistico può avvenire solo dopo aver dato la priorità alle esigenze sanitarie del prodotto.

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Le scelte di marketing e i canali distributivi

In questo caso entrano in gioco due parametri più strettamente legati all’azienda produttrice, cioè le sue esigenze commerciali e il suo campo d’azione.

Dal marketing possono dipendere diversi aspetti: la colorazione e la complessità del packaging, il materiale scelto per il confezionamento, ma anche le modalità di conservazione del prodotto. Per fare un esempio, una linea di biscotti “light”, dovrà dotarsi di un’immagine coerente e potrebbe optare per un imballaggio in flowpack monoporzione, ben diverso da quello dei comuni biscotti per la colazione. In ogni caso le variabili commerciali, per i vincoli evidenziati prima, incidono soprattutto sul confezionamento secondario, per sua natura più libero e meno soggetto a limitazioni di carattere igienico.

Scelte di confezionamento diverso possono inoltre avvenire in base alla destinazione finale del prodotto: cracker, biscotti, cioccolatini o merendine destinate ai supermercati avranno ad esempio un confezionamento secondario più attento all’immagine, rispetto a quelli destinati alle mense aziendali; i prodotti diretti verso i distributori automatici, invece, faranno più leva sul confezionamento primario. Variazioni simili possono avvenire anche sulla stessa linea produttiva se l’azienda ha più canali distributivi.

 

Le possibilità tecniche

Molto di come viene confezionato un prodotto, infine, dipende dalla tecnologia a disposizione di un’azienda: dunque dalle sue risorse economiche, dagli investimenti fatti e anche dalla superficie dell’impianto, che consente o meno l’utilizzo di alcuni macchinari.

Per fare un esempio: una volta sigillato il singolo prodotto nel suo imballaggio in flowpack, il confezionamento secondario all’interno di scatole e vassoi può avvenire tramite un riempimento a fila singola - che prevede l’utilizzo di nastri trasportatori unificatori che operano ad alta velocità - oppure tramite dei robot multipresa, che lavorano con più cura e possono risultare indicati per alimenti particolarmente fragili. Il primo caso comporterà un risparmio economico, ma aumenterà lo spazio occupato all’interno dello stabilimento a causa dell’ingombro dei nastri, il secondo risulterà più “compatto”, ma chiaramente anche più dispendioso.

Riassumendo, è solo considerando tutti questi parametri e ragionando attentamente sulle esigenze del prodotto e dell’azienda ad ogni livello di confezionamento che si può dar vita a un processo pienamente efficace, capace di generare benefici per l’intera attività produttiva.

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